È da un po’ che mi ronza nella testa quel brano del mai dimenticato Lucio Dalla, Liberi.

Era il 1993 e tutto mi sembrava più chiaro, mi incamminavo verso il futuro.

Libertà e futuro, due parole che in questi due mesi di isolamento forzato sono state pronunciate tante volte. Da qui nasce la riflessione, perché se nel frattempo le abbiamo utilizzate e ci abbiamo pensato, quando usciremo dall’isolamento lo avremmo fatto per davvero. Riflettere sullo stile di vita che ci ha portati fin qua. Ripensare la società. Dare valore, dare ancora valore a quelle istituzioni, spesso aggredite, che ci danno la vita: la scuola, la sanità, la ricerca. 

Siamo in isolamento da circa quaranta giorni. Dall’oggi al domani siamo stati catapultati in un film di fantascienza, qualcosa che ha superato la fantasia. Ognuno in fondo perso nella sua stanza, limitato nella libertà di movimento. Le uscite, gli incontri, la palestra. Abbiamo dovuto ripensare e riorganizzare vite affettive, lavoro, ritmi e rapporti.

E si fa presto a dire Smart Working (il solito prestito inglese). Si è riaperto l’interesse (per alcuni un’assoluta scoperta) nei confronti del telelavoro. Ma in una struttura economica come quella italiana, in fortissimo ritardo nella rivoluzione digitale, non basterà la spinta di un isolamento casalingo forzato a farci marciare verso il futuro. La flessibilità organizzativa di alcune tipologie di lavoro non sempre incrocia lungo la strada i diritti. Il telelavoro si applica bene alla società in grado di estrarre valore dai processi digitali. Ma almeno ci stiamo provando, forzatamente.

Adesso nel momento in cui ci stiamo illudendo che tutto passi in fretta si comincia a pensare, giustamente, alla ormai famosa fase 2. Lenta ripresa, sì, ma trattasi di ripresa con tutti gli accorgimenti di mascherine, distanza di sicurezza e ancora telelavoro. 

La linea tra ambito privato e pubblico si è assottigliata e riusciamo a scrivere, fare lezioni, tra una lavatrice, qualche esercizio di pilates, i bambini che giocano e i compiti sulla piattaforma digitale.

Forse abbiamo compreso la fondamentale importanza delle (nuove) tecnologie, del digitale, senza le quali saremmo davvero persi. Ci consentono di mantenere un contatto, interno ed esterno. Facciamo tutto comodamente dal divano. Ci ritroviamo a dover gestire il tempo. Altra parola che con libertà e futuro ronzano nella testa. Una montagna di tempo, senza dentro e fuori, tutto insieme dentro, velocissimo che ci sommerge alla fine di ogni giornata.

La limitazione delle nostre libertà, quella di azione trasformata in pensare, riflettere, leggere e scrivere, come se ad un certo punto la libertà esteriore si sia trasformata in libertà interiore. Sembra ancora di correre dietro al tempo anche se senti che tutto ciò che ti circonda si è fermato all’improvviso. Come a dire che questa libertà che mi sono ritrovato nelle mie mani, senza il mondo fuori, è diventata sterile e mi domando perché? Perché non riesco a sfruttarlo fino in fondo? Mi vengono in mente le parole di Luci Dalla: “Liberi, non è vero un accidente. Non siam liberi, no, per niente. Liberi, c’è sempre uno che ci sente, che ci compera, che ci vende. Liberi, sono i sogni nella notte. Liberi, è questo specchio che si rompe”.

Quando tutto questo sarà finito, vorrei che ci ricordassimo di quanto sono importanti gli altri e il rapporto con la realtà circostante per realizzare la propria libertà, perché in fondo la mia dipende anche dalla tua. La libertà è l’obbligo di essere umani, è fondamentale la socialità per l’identità umana. In fondo essere liberi significa saper stare con gli altri, e sottolineo “sapere”. “Essere libero costa soltanto qualche rimpianto”, e se lo dice Vasco. Potrebbe essere un bel punto di partenza anche per una politica di domani. Per i giorni che verranno, quando piano piano, ripartiremo. 

Come dicevo, riflettere sullo stile di vita che ci ha portati fin qua. Ripensare la società. Dare valore, dare ancora valore a quelle istituzioni, spesso aggredite, che ci danno la vita: la scuola, la sanità, la ricerca. Istituzioni che hanno accanto un aggettivo che dovrà risuonare come un imperativo: pubblico. Rimettere in discussione la libertà dei sistemi economici liberisti che hanno messo al centro soldi e profitto invece che gli esseri umani.

Ma questa non è una guerra, quella è un’altra storia, e non basta scrivere per realizzare la propria libertà (di pensiero), perché il nemico qui è di tutti, stiamo uniti.

Ad un certo punto tutto finirà ma non ce ne accorgeremo. Magari qualcuno ci avrà capito qualcosa. Avrà riflettuto sullo stile di vita che ci ha portati fin qua. Qual è il mondo che vorremmo. Quando riemergeremo forse avremo capito cosa è successo e cosa cambiare per una nuova realtà sociale, economica e ambientale e di certo è che non torneremo alla normalità perché quella era il problema (forse).

Comunque sia, come diceva Dalla, torneremo “Liberi, come rondini di Marzo. Fuori è caldo. Liberi, di tornare dalla gente, di parlarti, di guardarti, di baciarti e di toccarti e di esser liberi senza dover spiegare niente. Liberi, veramente, senza trucchi e senza niente. Liberi, finalmente, come il vento sulle onde”.

Vincenzo Vanacore